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lunedì 1 giugno 2020

Review Party: Recensione di "Il gioco della vita" di Mazo de la Roche




"Il gioco della vita" è il secondo capitolo della saga famigliare più nota di Mazo de la Roche, che grazie a "Jalna" è riuscita a conquistare il pubblico nel corso degli anni, attraverso una storia ricca di avvenimenti, emozioni e personaggi concreti e imprevedibili.
Tornare tra i paesaggi canadesi equivale a respirare a pieni polmoni un'aria fresca, pulita, che sa di casa e focolare famigliare, con tutto ciò che questo comporta. Ora, la famiglia Whiteoak si trova a dover fare i conti con gli stravolgimenti accaduti precedentemente e trovano la forza attraverso le solide mura della loro dimora, non solo fisicamente ma anche spiritualmente. Tra sparizioni, fallimenti e allontanamenti fa capolino più approfonditamente la figura di Finch, che pur subendo angherie e ingiustizie trova in Adeline e Augusta delle valide ma inaspettate confidenti. Alla ricerca dei propri obiettivi di vita, il giovane dovrà perdersi e ritrovarsi più volte e andando a cercare un sogno da perseguire potrebbe incappare in risvolti e persone che mai avrebbe potuto calcolare.

Punto fermo di questa serie di libri è sicuramente la narrazione di Mazo de la Roche, che con naturalezza, precisione e un pizzico di ironia spiana la strada ai suoi personaggi, palesando un sano divertimento nel vederli interagire tra loro. Il cuore pulsante di tutto rimane la dimora di Jalna, che ha come un'influenza magica sui Whiteoak, che ne rimangono inconsciamente attratti e legati, come se qualcosa di mistico li facesse alla fine di tutto riportare lì. Ogni personaggio ha una caratterizzazione curata e soprattutto credibile, è impossibile non affezionarsi a ognuno di loro, anche se nonna Adeline si riconferma essere tra i miei preferiti, ho proprio un debole per lei. Tutte le vicende e coloro che vi gravitano attorno mutano, proprio come il paesaggio attorno a loro che si modifica con il passare dell'anno, passando dai colori freddi ai colori caldi in un'atmosfera frenetica che contrasta la pace del luogo.

"Il gioco della vita" è un seguito degno che lascia spazio al lettore di ipotizzare come andranno avanti le vicende, di cui non vedo assolutamente l'ora di scoprirne il futuro nei successivi capitoli. 



giovedì 14 maggio 2020

Review Party: Recensione di "Il capofamiglia" di Ivy Compton-Burnett



Duncan Edgeworth è colui che può essere definito il capofamiglia perfetto: marito insensibile, padre-padrone, criptico in qualsiasi decisione da prendere. La famiglia Edgeworth vive il quotidiano in relazione all'uomo, gustandosi la normalità di ogni singolo giorno, dando vita però a una serie di scontri verbali subdoli e sottintesi che non annoiano di certo chi gira intorno alla sua figura. La normalità, però, viene sconvolta da un lutto improvviso, quello della moglie Ellen, che metterà a repentaglio lo status quo di tutti loro, rovesciando le apparenze e i falsi buonismi.

Con "Il capofamiglia", Ivy Compton-Burnett descrive con cura e raffinatezza una condizione famigliare distorta e deviata, in cui le reali intenzioni dei personaggi coinvolti prendono il sopravvento attraverso la calma apparente, fino a sfociare in un fiume in piena. Anche la scena più convenzionalmente cordiale viene qui riscritta sotto un punto di vista inaspettato che fa cambiare al lettore continuamente prospettiva e nel complesso è portato a riflettere e a mettere in discussione qualunque cosa presentata. I rapporti tra i famigliari sono costantemente in tensione, ciò dà ritmo alla narrazione e fa in modo che una trama apparentemente semplice coinvolga e incuriosisca.

Il lutto è un evento che spacca definitivamente la vita degli Edgeworth, tanto forte quanto inaspettato, squarcia le menti di Duncan e delle figlie che si risvegliano come da un lungo sonno spaesati dalle proprie sensazioni e dai propri nuovi intenti. Sentendosi più energici che mai, anche se distrutti dal dolore interiormente, faranno di tutto per prendersi ciò che pensano sia proprio. Nance e Sybil, guidate dall'egoismo, non accettano che il padre possa rifarsi una nuova vita accanto a una donna a loro sconosciuta, che non mancherà di far sentire la propria presenza sminuendo spudoratamente chi l'ha preceduta. 

Ben presto l'atmosfera diventa grottesca, quasi surreale, in un sali e scendi da capogiro che rende la lettura piacevole e nel complesso inaspettata.


martedì 25 febbraio 2020

Review Party: Recensione di "La ragazza con la macchina da scrivere" di Desy Icardi



Ci sono eventi della vita cui una persona può assistere solo guardando dall'esterno, perché è impossibile comprendere come sia passarli in prima persona.

Dalia è sempre stata una donna attiva e libera, eppure ora con la vecchiaia un ictus l'ha imprigionata nel suo stesso corpo. Ma qualcosa di prezioso può dare voce ai suoi pensieri e ricordi: muovere i polpastrelli sulla sua Olivetti e lasciare che le parole prendano forma attraverso la scrittura.

Così, entriamo in contatto con la Dalia del passato, una donna che dal presente si evince essere sempre stata forte e che dalle difficoltà ha imparato a rialzarsi ogni volta senza mai darsi per vinta. Dalia diventa così un punto di riferimento per trovare in sé stessi il coraggio di inseguire i propri desideri affrontando le paure per l'ignoto sempre a testa alta.

Il contesto storico in cui la storia è ambientata è ben definito e costruisce una cornice attorno alla vita della protagonista senza invadere il fulcro ma adattandosi a esso. L'opera scorre intensa e al tempo stesso veloce, grazie allo stile di scrittura della Icardi che travolge per la quantità di emozioni che riesce a trasmettere e in cui i lettori possono ritrovarsi ed esplorarsi.

È davvero difficile non apprezzare la penna di Desy Icardi, che con naturalezza mi conquista a ogni pagina, facendomi appassionare ai personaggi e alle ambientazioni da lei create, con una sensibilità estrema che mi commuove e mi fa desiderare di essere migliore.



venerdì 31 gennaio 2020

Review Party: Recensione di "Il diritto di opporsi" di Bryan Stevenson



« Quando consentiamo che gli altri vengano maltrattati siamo tutti coinvolti. L’assenza di compassione può corrompere la dignità di una comunità, di uno Stato, di una nazione. Finché tutti soffriamo della mancanza di pietà e condanniamo noi stessi tanto quanto rendiamo vittime gli altri, la paura e la rabbia possono renderci vendicativi e violenti, ingiusti e scorretti.  »

Attraverso la sua opera, "Il diritto di opporsi", l'autore fa un'esamina minuziosa della storia dell'incarcerazione dal momento in cui lui, per primo, ha a che fare con un prigioniero la cui condanna a morte è stata posticipata di almeno un anno. Quel primo incontro è per lui illuminante e sorprendente, e lo spinge a continuare sulla strada della Legge, ma soprattutto a inseguire i diritti umani che questo comporta. Le pene capitali Americane sono brutali, retrograde e ingiuste soprattutto agli occhi di chi ha vissuto in un paese dove la morte per i crimini non è contemplata. Lui però ha sempre vissuto in una realtà in cui questo è normale, ma non così tanto come parrebbe.

Al fianco di questa tematica, Stevenson vive inoltre la lotta al razzismo, che può toccare con mano essendo lui nato con la pelle di un colore che ha sempre suscitato il pregiudizio di tanti e le reazioni violente di molti, più di quanti se ne possa quantificare. L'autore fa di tutto questo una ragione di vita e lotta ogni giorno per rendere umano un sistema giudiziario che non riflette l'umanità, la carità, la fiducia nel prossimo. L'avvocato cerca di denunciare i sotterfugi per incastrare un imputato, la falsificazione di prove, i cavilli a cui aggrapparsi sia per accusare che per difendere, su un costante filo del rasoio che trasmette ogni istante di tensione e timore per il futuro.

"Il diritto di opporsi" è una riflessione sul significato di essere umani e il tutto viene trasmesso attraverso un linguaggio alla portata di tutti, senza esagerare con tecnicismi che solo gli "addetti ai lavori" possono davvero capire. Questa è un'opera per tutti e che tutti dovrebbero leggere almeno una volta, nonostante un ritmo lento dato dall'analisi minuziosa della storia stessa. Non è una storia semplice da seguire, richiede molta concentrazione e impegno, ripagati alla fine da un senso di speranza che potrebbe davvero cambiare il modo di pensare generale e incoraggiare a non abbassare la testa di fronte alle ingiustizie.



venerdì 24 gennaio 2020

Review Party: Recensione di “Eugenia” di Lionel Duroy



« Per un periodo la scrittura l’ha salvato, pensava che fosse quella cosa tanto attesa, tanto sperata che lo avrebbe sostenuto, che gli avrebbe per sempre dato la voglia di vivere. E poi invece il miracolo non è durato. La scrittura l’ha entusiasmato quando scriveva i suoi primi romanzi, all’inizio degli anni Trenta, ben prima di dedicarsi al teatro, ma non gli ha portato nessuna tranquillità, e men che meno felicità »

A cavallo della seconda guerra mondiale, lo scrittore Mihail Sebastian ripercorre le ingiustizie e le vicende che caratterizzano la situazione antisemita della Romania. Non è un compito facile quello che si assume, ma può contare sull'incredibile appoggio di una straordinaria donna, Eugenia, che mette in discussione la sua intera vita per un ideale molto più alto di qualsiasi precetto. Con la morte del giornalista, la donna si trova sola con un dolore straziante che la riporta inevitabilmente nel passato, a quegli anni di terrore che non possono davvero essere dimenticati.

Lionel Duroy ha saputo con successo riportare con chiarezza e precisione uno spaccato degli anni Trenta che mostra un punto di vista totalmente differente e interessante rispetto a storie con tematiche del genere più "classiche". Lo fa attraverso la spiegazione di un quotidiano difficile da vivere e con gli occhi di personaggi realistici e forti. Eugenia, frutto della mente dell'autore, affianca Sebastian andando contro la sua famiglia, gli insegnamenti, i discorsi tremendamente razzisti e un futuro con ottime prospettive. Non è semplice questo cambio di posizione, tanto da sorprendere lei stessa, per la forza e la determinazione che oltre le sue aspettative l'hanno accompagnata in questo percorso.

"Eugenia" è un libro che sa appassionare attraverso la passione dello stesso autore, che dettaglio dopo dettaglio costruisce un puzzle di avvenimenti tanto oscuri quanto ricchi di speranza, fino a regalare ai lettori una storia da leggere assolutamente.


giovedì 16 gennaio 2020

Review party: Recensione di “Storia della nostra scomparsa” di Jing-Jing Lee



« Lasciavamo i porci liberi di scorrazzare per il villaggio, come fa la gente oggi con i cani in giardino. I porci sono come le persone: metà buoni e metà diavoli. »

Wang Di vive la sua infanzia e giovinezza a cavallo della seconda guerra mondiale. Un brutto periodo in cui nascere e crescere, perché qualunque cosa può strapparti alla tua felicità. Purtroppo, il destino della ragazza si rivelerà ben presto crudele, quando è costretta a lasciare la sua famiglia per diventare "donna di conforto", schiava dei militari nemici, costretta a subire ogni loro desiderio senza il suo consenso.
Wang cresce circondata dagli orrori con il nome di Fujiko, e quando la guerra finisce cerca di affossare tutto in un angolo dei ricordi: non ne dovrà mai parlare con nessuno, nemmeno con il futuro marito. Quando questo muore, lei ormai anziana rimane sola a fare i conti con i fantasmi del passato che riemergono svelando una realtà che ancora adesso si fa di tutto per affossare.

Con una scrittura delicata ma estremamente decisa ed emotiva, Jing-Jing Lee cerca di raccontare una storia che possa denunciare la situazione tragica delle "comfort house", un dramma che ancora adesso il Giappone tenta di nascondere, ma che per fortuna sta sempre di più uscendo allo scoperto anche grazie a scrittrici coraggiose come lei.

L'opera descrive non solo la difficoltà di rimanere umani in periodo di guerra, ma anche e soprattutto essere donna in quegli stessi anni. Wang Di è nata in un contesto dove concepire un maschio era fondamentale e in cui lei poteva sopravvivere soltanto secondo i dettami dell'epoca. Eppure, non sembra mai perdere quella purezza che la caratterizza in ogni pagina, da quando era solo una neonata in fasce fino alla vecchiaia. Ricordare è molto doloroso, ma è un modo che la donna ha per riappropriarsi della propria identità e per confortare, in qualche modo, la sua vita da Fujiko.

“Storia della nostra scomparsa” è un romanzo potente e inaspettato, che scava nelle coscienze, fa riflettere e si pone come obiettivo il più nobile e sempre più difficile da realizzare: insegnare al presente il passato per far sì che non si ripeta in futuro.



mercoledì 27 novembre 2019

Review Party: Recensione di “Fuga di morte” di Sheng Keyi



« In quel momento videro degli uomini che si tenevano sottobraccio allineati in un fronte compatto che avanzava come un bulldozer, gettando urla brevi ed energiche a intervalli regolari. Una decina di metri dietro, un altro fronte di uomini procedeva nello stesso identico modo. Quando ebbero spazzato via tutti, la strada divenne deserta, baciata dal sole placido del pomeriggio. In lontananza, il cielo sconfinato. »

Tutto ha inizio con una montagna di escrementi. Non in senso metaforico, come spesso capita, ma del tutto letterale. Questo è un atto osceno per Beiping e lo Stato di Dayang tutto, che da quel momento si troverà a dover contrastare le proteste e i movimenti capitanati dagli intellettuali e i poeti, volti a non piegare la testa di fronte ad un governo ingiusto e irrispettoso, volto solo al profitto e dimenticandosi dell'umanità.

Il poeta Yuan Mengliu non vede motivo di immischiarsi nel fervore generale, nonostante venga trascinato dagli amici e dalla fidanzata Qi Zi che da quel momento hanno un solo scopo: fare una rivoluzione. Quando però la donna scompare dalla sua vita, per Yuan ha inizio un viaggio impegnativo, soprattutto per la sua formazione, che lo porterà fino alla Valle dei Cigni: città dove tutto è perfetto, in modo esageratamente inquietante, in cui i problemi non esistono e la robotica ha avuto un'evoluzione esponenziale. Davvero è possibile vivere in un mondo fatto così?

"Fuga di Morte" è la storia di un profondo contrasto emotivo, dato dall'essere in mezzo a due fuochi e quindi in un'eterna indecisione tra cosa si dovrebbe e cosa si vorrebbe fare davvero. Ci troviamo di fronte ad un protagonista controverso: egoista, depresso, il più delle volte antipatico e insensibile, tanto da non sentire sua la causa dei suoi concittadini. Al tempo stesso, Yuan dà un'importanza spropositata all'amore in ogni sua forma: essere poeta lo fa sentire vivo e libero di potersi esprimere al suo meglio.
Il suo personaggio è in contrapposizione alla figura di Qi Zi, una sorta di suffragette contemporanea che porta avanti con intaccabile determinazione un ideale nobile, nonostante sia arduo da raggiungere.

Sheng Keyi fa trasparire attraverso la sua storia d'invenzione le ingiustizie protratte durante le rivolte di piazza Tienanmen nella Cina del 1989, un fatto storico significativo per la nazione ma non sempre ricordato, soprattutto all'esterno.

La letteratura cinese fa ancora molta fatica a sbancare, rispetto a quella di altri stati e devo dire che questa scrittrice merita di essere conosciuta, per il tono graffiante utilizzato come monito e per lo studio e l'impegno impiegato nella scrittura. 

"Fuga di morte" è una lettura appassionante, intensa e insolita, che può ricordare pietre miliari della letteratura come "1984" di Orwell offrendo però spunti di riflessione moderni. L'ho amato dalla prima all'ultima pagina, soprattutto per la svolta distopica che mai mi sarei aspettata e che rispecchia perfettamente ciò che ormai per noi è storia realmente accaduta. 

Ha in sé un vero insegnamento: portare avanti con forza e coraggio un ideale e perseguirlo anche nelle situazioni più drammatiche.


martedì 26 novembre 2019

Review Party: Recensione di “Le disavventure di Amos Barton” di George Eliot



« Quelli erano tempi in cui un uomo poteva mantenere tre piccoli benefici, affamare due curati con due di essi, e vivere stentatamente egli stesso del terzo.  »

Al confine con Milby, il piccolo paesino di Shepperton si regge fondamentalmente attorno alla propria chiesa, punto di ritrovo di tutti coloro che vivono lì da sempre. Qui, il Reverendo Amos Barton ne è la nuova guida spirituale, ligio al dovere di diffondere i dettami della chiesa Anglicana. Amos cerca di vivere ogni giorno in un clima di tranquillità, nonostante le condizioni economiche non proprio favorevoli e alle difficoltà che questo comporta, soprattutto quando bisogna far fronte ai bisogni della numerosa famiglia. Tutto inizia a precipitare quando, ovviamente senza malizia, decide di ospitare in casa propria la Contessa Czerlaski.

Con uno stile preciso e pulito e una narrazione a tratti drammaticamente ironica, l'autrice Mary Anne (sotto pseudonimo) presenta una breve storia di vita quotidiana che approfondisce la vita rurale di un piccolo paesino di provincia, animato per lo più da piccoli scandali che sanno far parlare di sé alimentando e ingigantendo la situazione più di quanto in verità non sia.
Le similitudini con altre famose famiglie di opere appartenenti sempre all'epoca vittoriana sono evidenti, ma nonostante questo Eliot riesce a mantenere dei suoi personaggi una freschezza e un'originalità incredibili, che rendono la sua Shepperton realistica e unica. Il protagonista, Amos Barton, è un uomo sorprendentemente ordinario che si ritrova invischiato in situazioni più grandi di lui senza però volerlo davvero. L'abilità vera dell'autrice sta nella capacità di far trasparire i problemi oltre la vista dei personaggi, facendo sinceramente interessare e preoccupare il lettore della situazione della famiglia Barton. Il suo realismo ordinario è il vero punto di forza delle sue opere: riuscire a far scaturire la curiosità attraverso una comune giornata, apparentemente uguale alle altre.

CHI È MILLY BARTON

Uno dei personaggi ricorrenti nel libro è sicuramente la figura di Milly Barton, la consorte del Reverendo Amos Barton. Nonostante da parte dell'uomo non spicchi amore o affetto, Mrs Barton gli è totalmente devota e trascorre le giornate come la perfetta donna di casa, pensando alle specifiche faccende e al sostentamento di ben sei figli.

Non ha interessi particolari, se non una predilezione per gli abiti e i tessuti pregiati, con cui si diletta amatorialmente nella carriera di sarta provetta.

L'incontro con la Contessa Czerlaski rappresenta anche per lei un punto di svolta, necessario per evadere dalla monotonia e per poter godere un minimo del piacere di avere conversazioni "femminili" con un'altra donna. Per questo, Milly sente una genuina amicizia nei confronti della Contessa, che invece si rivela una donna spietata e opportunista, capace di piegare ogni situazione al proprio volere e trasformando in servi tutti coloro che le ruotano attorno.

Mrs Barton è ingenua e pura, forse più di Mr Barton, che infonde nel lettore tristezza e pena nei suoi confronti, soprattutto per come le cose finiranno per lei. Eppure, cerca di vivere al meglio delle sue possibilità, cercando di vedere il buono in tutto, sia nelle persone che nelle oggettive difficoltà.

A lungo andare, il suo essere una donna come altre le fa acquisire un certo spessore, che la rende agli occhi del lettore un personaggio che non si può dimenticare anche dopo la lettura.




giovedì 14 novembre 2019

Review Party: Recensione di "Il caso Léon Sadorski" di Romain Slocombe



« Gli brucia la gola, mentre un dolore insopportabile, inimmaginabile, sale nel cervello per schizzare in cima al cranio. Con gli occhi fuori dalle orbite, apre la bocca per urlare: non esce alcun suono. Come se la sua testa fosse un pallone bucato... Ma qualcuno ha spento le luci, gli spettatori sono scomparsi... Già soffre meno. I suoi pensieri rallentano, si fermano... Anche la paura e tutto il resto... Di colpo, Sadorski non teme più nulla... Non c’è più nulla... »

Sullo sfondo di una Parigi ferita dai conflitti della guerra, si fa strada la storia dell'ispettore Léon Sadorski, un poliziotto modello, ligio al dovere e soprattutto apprezzato dalle autorità francesi e gli occupanti tedeschi per il rigore dimostrato nell'avere a che fare con gli ebrei. È anche un marito premuroso e sua moglie Yvette non ha nulla da lamentargli. All'inizio dei primi mesi del 1942, sembra come tornare il bel tempo a rischiare gli anni bui e a spazzare via la polvere delle bombe. Nonostante l'imponenza della Germania, gli arresti, i fatti inspiegabili, il popolo ricerca ora un equilibrio.

Nonostante le convinzioni apertamente antisemite e il desiderio di farsi notare per avere prestigio, tuttavia Sadorski viene inspiegabilmente arrestato dalla Gestapo e mandato a Berlino, dove viene gettato in prigione. I tedeschi non fanno mai nulla per caso: il loro obiettivo è infatti quello di renderlo un informatore all'interno del quartier generale della polizia di Parigi. Sadorski quindi diventa a tutti gli effetti un loro uomo, colui che deve trovare l'agente sospettato di appartenere a una rete antinazista...

Il caso Leon Sadorski è la storia di una delle più brutali guerre narrata dal punto di vista di un uomo che eticamente sta dalla parte sbagliata, perché è carnefice anziché vittima e punta all'eliminazione del debole con egoismo, forza e spietatezza. Nonostante ciò, non è un libro sbagliato, perché lo scopo dell'autore non è ovviamente quello di idolatrare l'atteggiamento di tutti quelli che sono e sono stati nella propria vita dei veri Leon Sadorski, ma piuttosto condannarlo e far riflettere su quanto certi atteggiamenti siano ancora drammaticamente diffusi. Oserei dire che quest'opera è una lettura necessaria, che evidenzia la violenza e l'emarginazione nei confronti del diverso. Viene dipinto il profilo di un uomo terrificante e bastardo che si riflette sulla Francia e sul suo popolo durante l'occupazione nazista.

Niente è più bello e spaventoso di un romanzo che sa raccontare la realtà passata, presente e futura.

Ogni pagina scorre, e più il tempo passa più la sofferenza è sempre più dilaniante nell'animo, fino a diventare quasi fisica. Il dolore diventa insopportabile, tanto da essere costretta a fermarmi più e più volte durante la lettura. Per riprendere fiato, per riappropriarmi della mia coscienza, in realtà così lontana da quell'orrore.

Romain Slocombe è uno scrittore affermato con una reputazione che non è seconda a nessuno.





lunedì 4 novembre 2019

Review Party: Recensione di: "La libertà possibile" di Margaret Wilkerson Sexton




« Dopo quel giorno Evelyn cominciò a svegliarsi ogni mattina con un’immensa tolleranza nei confronti del mondo; il sentimento che aveva cercato per tutta la vita non era arrivato prima perché non conosceva Renard, e, adesso che lui era lì, Evelyn riusciva a raggiungere l’ottava di gioia più alta, quella che la solitudine le precludeva. »

Tre generazioni di una famiglia di colore affrontano il dramma della mancanza di libertà, attraverso il tempo, nella grande metropoli di New Orleans.

La prima alla ricerca di un riscatto è Evelyn, che nel 1944 conosce l'uomo della sua vita: Renard. Ma il colore della pelle li divide e ferisce i loro sentimenti, soffocati dal pregiudizio e da concezioni razziste che non vedono tra loro un parità di diritti.

La storia si ripete inevitabilmente, quando negli anni '80 Jackie, figlia di Evelyn, si ritrova da sola con un bambino da crescere dopo che il marito Terry si è ritrovato ad affrontare il terribile incubo della tossicodipendenza. E se questa maledetta macchia espansa nel globo si abbatte ovunque. senza fare distinzioni di genere, razza, età o stato economico, lo fanno ancora una volta le condizioni precarie di chi è nato in un quartiere anziché l'altro, la debolezza interiore e la convinzione di non avere altra scelta se non lasciarsi andare. Ma quando Terry trova la forza di dire no al baratro, farà di tutto per riconquistare il posto che gli spetta nella sua famiglia.

Ma nel 2010 nulla è cambiato per loro figlio, T.C., che appena uscito di prigione a 25 anni si ritrova invischiato in altre losche operazioni. Può l'arrivo di un figlio fermare questa spirale di caos?

A cavallo di epoche storiche fondamentali e accuratamente descritte, Margaret Wilkerson Sexton porta il lettore in un viaggio apparentemente lontano ma che mette in discussione le proprie convinzioni, facendo riflettere su quanto la disuguaglianza sia ancora un neo della società troppo difficile da estirpare.

La scrittrice narra con uno stile semplice e scorrevole tre storie ben distinte che ricalcano uno spaccato di società in cui ci si può ritrovare solo grazie ad una mentalità aperta e con l'intenzione di mettersi in discussione. In mezzo a povertà, ingiustizie e incomprensioni si può vedere chiaramente il cuore della storia: la libertà raggiungibile attraverso l'amore e i legami famigliari. Spesso sono le catene invisibili a far sentire un essere umano in trappola, perché sono quelle più crudeli e difficili da abbattere, perché chi ha gli occhi spesso non ha o non vuole avere la giusta prospettiva da cui osservare il mondo.

La libertà purtroppo rende spesso chi se la può permettere egoista e superiore nei confronti di chi per un motivo o per un altro non può averla. Chi si sente più forte si sente anche in diritto di poter decidere per gli altri, agendo in modo spropositato e scorretto per i propri interessi e mascherandoli per un bene comune.

Libertà vuol dire soprattutto rispettare l'altro indipendentemente da tutto: dal colore della pelle, dall'educazione, dalla ricchezza materiale. Forse quando tutti si ricorderanno questo, le generazioni future non dovranno avere il timore di ricadere nelle negative situazioni che chi prima di loro hanno dovuto passare. 

Solo quando tutti avranno coscienza delle conseguenze delle proprie azioni potremo parlare davvero di ogni libertà possibile.






giovedì 31 ottobre 2019

Review Party: Recensione di "Heimaey" di Ian Manook



« È molto più di un grido. È una rabbia folle e continua. Il vapore sgorga a più di cento gradi e a parecchie centinaia di chilometri orari. Da un semplice buco nel suolo. Senza mai riprendere fiato. Da secoli. Forse da millenni. E l'idea di quella forza scaturita dalle viscere della Terra e che il tempo non è in grado di dissipare ridesta in Becky l'immagine della propria collera. Allora, tutto il paesaggio attorno a lei assume un senso. »

I destini del poliziotto Kornelius e del giornalista Soulniz s'intrecciano in un modo apparentemente casuale tra le fredde lande dell'Islanda. Entrambi impegnati nel risolvere i dissapori familiari, ben presto scopriranno che il loro rapporto andrà oltre qualche bevuta in un bar di quartiere.

Questo perché la terra nasconde rancori ben più forti, che portano alla scoperta di un cadavere brutalmente scuoiato. Ma questo è solo il primo di inspiegabili fatti che si susseguono, tra passato e presente, alla ricerca di un movente e di una verità che sembra dover essere a tutti i costi affossata.

Quando però si fa strada l'ipotesi di un antico rituale volto all'appropriazione di forza e potere, Kornelius dovrà trovare la volontà di rimanere lucido e logico, anche se la discesa verso la pazzia sembra essere inevitabile. Ma le coincidenze con un viaggio di Soulniz vecchio di quaranta anni sembra complicare ancora di più le cose.

Conoscevo già Manook per la trilogia di Yeruldelgger sempre edita da Fazi, che anche se non sono ancora riuscita a recuperare mi intriga davvero molto. "Heimaey" è stato quindi per me il battesimo con questo autore, che sa come conquistare il lettore attraverso uno stile di scrittura accurato e coinvolgente.

Più delle scene con dialoghi e azione, trovo che la sua forza stia nelle descrizioni dei paesaggi e degli stati d'animo, perché sa come imprimere nella retina degli altri un luogo, anche se mai visto, come un pittore con la sua tela o un fotografo dietro la sua macchina. L'Islanda appare come nelle migliori cartoline, con la sua natura sconfinata e suggestiva, che sa come far sentire l'essere umano piccolo e quasi insignificante. Questo fascino viaggia parallelamente, e al tempo stesso in contraddizione, con l'atmosfera lugubre e marcia che tinge l'intera faccenda.

Manook sa leggere dentro le emozioni degli altri e sfrutta quelle provate dai suoi personaggi per colpire ognuno degli spettatori esterni, in modo unico e così personale che soltanto chi ha il libro tra le mani sa come specchiarsi e attraverso gli occhi di chi.

Oltre a questo, la trama del thriller è complessa e articolata ma magistralmente architettata: l'autore lascia che ci addentriamo nella storia in punta di piedi, lentamente, lanciandoci dettagli e indizi che servono più a disorientare che a comprendere, perché il suo vero scopo è quello di sorprenderci quando tutto verrà davvero svelato. 

Si tratta quindi di una storia davvero intricata che rende nel complesso l'opera una lettura davvero meritevole.






venerdì 2 giugno 2017

Recensione: "Absence - Il gioco dei quattro" di Chiara Panzuti


« Passi degli anni a cercare un motivo per cui lottare, una ragione per alzarti la mattina, per cambiare casa, città, destino. E poi, di punto in bianco, sei costretto a combattere e basta.
Senza appigli. Senza aiuti. Senza niente. »



Grazie alla Fazi Editore ho potuto leggere in anteprima il nuovo libro in uscita per la collana LainYa: "Absence - Il gioco dei quattro" di Chiara Panzuti, primo di una trilogia.
L'attesa per questo romanzo è stata veramente sentita dai lettori in generale e devo dire che l'aspettativa non è stata affatto delusa.

Almeno una volta nella vita tutti abbiamo sentito il bisogno di sparire completamente, ma quando questo accade davvero non è affatto divertente.

Per Faith, Jared, Christabel e Scott inizia un viaggio alla ricerca di colui che sa molto più sulla loro condizione di quanto possano saperne loro: invisibili al mondo, perfino ai propri stessi occhi. Dovranno lottare per sopravvivere a chi con violenza dà loro la caccia, in un insieme di mosse spietate atte ad ostacolarli. A quale gioco saranno costretti a partecipare? Qual è il significato dietro al biglietto con la scritta "Torna a vedere"?

Il libro di Chiara Panzuti è sicuramente ricco d'azione e avvenimenti concatenati. A questi, però, si alternano dei momenti riflessivi che danno un pugno allo stomaco al lettore molto più della trama principale. I personaggi sono caratterizzati dai personali sentimenti e tormenti, ma nel proprio piccolo e nonostante la giovane età cercano di dare una spiegazione riguardo la società in cui vivono. Spesso la quotidianità è talmente frenetica che soffermarsi sui dettagli diventa quasi impossibile. Anche mantenere i rapporti umani diventa complesso, il rischio è che le persone che fanno parte delle nostre vite involontariamente scompaiano, sovrastate dalle nostre priorità inderogabili. È nei ricordi che le ritroviamo, ma anche quando si vuole scattare una foto per congelare un evento nel tempo, ci si rende conto di non averlo vissuto davvero.

La disperazione per l'invisibilità fa cadere i protagonisti in uno stato sempre più scoraggiante: l'atmosfera angosciosa mi ha inquietato, tanto da dover mettere più volte in pausa la lettura.
È interessante arrivare a comprendere che non è importante tornare a vedersi di nuovo riflessi quanto tornare a far parte della vita di chi si ama. I legami sono ciò che più contano, perché l'uomo è un animale sociale.

Lo stile di scrittura dell'autrice è coinvolgente e trainante, non si può non arrivare alla fine del libro senza desiderare di poter leggere subito il prossimo.
Un libro con una protagonista come Faith, il cui animale preferito è una lontra, come potevo non amarlo?

Questo non è un libro fantasy qualsiasi, dimostra che le storie originali esistono ancora e lottano per emergere.

Sono davvero contenta per il traguardo che Chiara è riuscita a raggiungere con questa pubblicazione

questo link avrete la possibilità di scaricare in anteprima i quattro prologhi della storia: quale miglior modo per farsi un'idea della lettura?

In questi giorni, inoltre, la casa editrice ha indetto un concorso legato all'acquisto di Absence! Vi lascio il link e di seguito l'immagine di riferimento:





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