mercoledì 22 aprile 2020

Review Party: Recensione di "Scarti" di Aleida Blue



Può un fraintendimento rovinare la reputazione di una persona? 
Questo è ciò che capita a Irene, donna in carriera che si ritrova coinvolta nella misteriosa sparizione del collega Enrico. Quando viene ritrovato morto sulla riva del fiume, le accuse ricadono tutte su di lei, essendo stata l'ultima persona ad averlo visto vivo. Ad aggravare la situazione è una busta, contenente delle foto compromettenti dei due. Ma Irene ama il marito e ha sempre visto in Enrico un buon amico. Sconvolta dagli eventi, la donna dovrà fare di tutto per mantenere i nervi saldi e venire a capo della situazione, per scagionare sé stessa e riappropriarsi della propria vita.

Con "Scarti" Aleida Blue vuole insegnare ad andare a indagare sempre oltre le apparenze. Ciò che si può scoprire può sorprendere e scioccare, ma al tempo stesso può rivelare lati di una persona che mai si sarebbe pensato di poter conoscere. Attraverso uno stile semplice e diretto, l'autrice ha scritto un thriller scorrevole e lineare, piacevole da leggere e d'intrattenimento anche per il lettore meno vicino a questo genere.

Le dinamiche sono sempre più inspiegabili e confuse, così come l'identità dell'assassino che rischia di rimanere celata dall'oblio. Le ipotesi si accavallano e la curiosità aumenta, tra intrighi, segreti e misteriose identità che vogliono a tutti i costi incastrare Irene, pur di uscire puliti e non compromessi. Anche dai propri stessi desideri. 

Review Party: Recensione di "La lettrice della stanza 128" di Cathy Bonidan




Si sente spesso dire, soprattutto dai più appassionati, quanto un libro sia in grado di salvare la vita delle persone. Non si parla di una cura fisica, quanto di quella dell'animo, che può essere sanato dallo scorrere di determinate parole, che dagli occhi passano alla mente e infine al cuore.

Questo è ciò che capita a Anne-Lise Briard, lettrice incallita che non può addormentarsi senza prima aver letto qualche pagina di uno scritto. Solo che il libro che le ruba l'attenzione oltre ad avere una trama che la colpisce nel profondo, ha una storia curiosa celata dietro all'identità dell'autore. Improvvisamente, le sue giornate si trasformano in una delle avventure di cui ha sempre fantasticato, attraverso degli scambi epistolari che possono far chiarezza sul viaggio che ha fatto quel dattiloscritto dalle mani del suo creatore fino a lei, a distanza di tanti anni.

"La lettrice della stanza 128" ha saputo toccarmi nel profondo fin dalle prime pagine. La narrazione epistolare, che copre l'intera opera, offre al lettore uno scorcio intimo sul punto di vista di ogni personaggio realizzato dall'autrice e la potenza delle parole scritte che ognuno di loro utilizza è tale da caratterizzarli senza necessità di una vera e propria descrizione. Ogni lettera porta avanti le indagini del percorso affrontato dal manoscritto, che ha insita in sé una sorta di magia che ha saputo cambiare in meglio le persone che l'hanno avuto tra le mani e che è riuscito a instaurare delle complicità speciali, tra gli sconosciuti che man mano si aprono attraverso le lettere. I pensieri prendono vita attraverso le parole, trasmettendo al lettore le sensazioni provate da ognuna di loro. Anche se stampate nel carattere standard dei libri, si possono immaginare differenti stili di scrittura, da quello più elegante a quello più frenetico, passando per un tratto più incerto a uno carico di decisione.

Il lavoro di Cathy Bonidan è per questo estremamente curato e preciso, trovo sorprendente come sia riuscita a trasmettere tutto attraverso un tipo di narrazione che non va per la maggiore. "La lettrice della stanza 128" mi ha assolutamente conquistato, dandomi speranza e forza attraverso vicende molto commoventi. È stata una lettura scorrevole e frenetica, tanto è stato il desiderio di venire a capo dei misteri, con un epilogo perfetto che non ha deluso le aspettative.



martedì 21 aprile 2020

Recensione: "Akire - La banda di Alastrine" di Selene Rampolla



Nella vita del giovane Trebor sta per affacciarsi qualcosa di totalmente inaspettato: un'incredibile avventura capace di stravolgergli per sempre la vita. Perché questo è ciò che succede quando ci s'imbatte nella banda di Alastrine, gruppo di mercenari capitanato da una donna, colei che sconfigge in duello il ragazzo e poi lo invita a unirsi a loro.
Trebor ha ben poco da scegliere: rimanere a Roas per passare una vita tranquilla ma piatta oppure prendere il largo con loro per una vita ricca di sfide, pericoli e brividi. Il suo temperamento impavido lo porta ad accettare l'offerta e a scoprire un mondo che fino a quel momento gli era precluso, tanto vasto quanto misterioso e magico.

Con uno stile semplice e scorrevole, Selene Rampolla, scrive un fantasy che rispecchia tutti i canoni classici del genere, imbastendo le basi per un'avventura che promette tante emozioni e colpi di scena. La banda di Alastrine infatti è non solo il primo capitolo di questa trilogia, ma anche un grande preludio a tutto ciò che verrà poi nel secondo libro. L'atmosfera che si respira è fatta d'ilarità mista a momenti più seri e riflessivi, fino a piccoli colpi di scena che vi sorprenderanno nell'ultima parte del libro. Ho amato il personaggio di Amos, per la sua caratterizzazione fisica e mentale, ma soprattutto il capo, una donna senza nome che per quel velo di mistero m'intriga sempre di più. Trebor, invece, è un personaggio che non sono ancora riuscita ad inquadrare, perché ancora a tratti immaturo, troppo impulsivo e in attesa della sua vera trasformazione.

Nel complesso, Akire è una storia a cui voglio continuare ad appassionarmi, certa che le emozioni non siano finite qui e che il suo mondo possa sempre più intrigarmi e convincermi.

lunedì 20 aprile 2020

Review Party: Recensione di "Il filo rosso" di Alessia Coppola



Allyson è un'anima sognatrice, che crede nel destino e che dietro a ogni incontro si nasconda una motivazione mistica. Al tempo stesso però, necessita visceralmente di sicurezze fondate e che non riesce a trovare davvero negli uomini che ha frequentato. Specialmente in Luca, con cui porta avanti una storia travagliata ma da cui non riesce davvero a staccarsi, perché spesso la paura di rimanere sola è più forte dell'amor proprio. Non riesce a vedere il segno tangibile che possa farle cambiare realmente vita, nemmeno quando questo le si palesa finalmente davanti. Come può un dragone azzurro condurla davvero verso la felicità?

Con il suo inconfondibile stile, Alessia Coppola ha tessuto una storia delicata e romantica, che riesce a sanare l'animo attraverso dei pensieri profondi e davvero significativi. L'atmosfera orientale si amalgama perfettamente con la vena poetica che caratterizza ogni opera di questa autrice, che ormai per me è una garanzia di valide letture.

Il percorso che Ally deve affrontare per trovare il vero amore è lungo, doloroso e a tratti per lei inspiegabile: questo cammino è il vero fulcro dell'intero libro e ho amato tantissimo l'importanza che gli viene attribuita piuttosto che lasciare spazio a una storia romantica classica, che avrebbe potuto risultare banale.
Infatti è proprio questo il talento della Coppola: trovare la scintilla di originalità anche nella situazione più vista.

Il rapporto che s'instaura tra Allyson e il suo Tianlong è come un sorso di tè caldo: va bevuto a piccoli sorsi per gustarne il sapore, che da delicato diventa sempre più intenso e s'irradia lentamente in tutto il corpo, fino alle estremità. Si prende il suo tempo, anche a discapito della protagonista, che impaziente attende il momento culmine.
Le insicurezze di Ally sono reali ed è impossibile non rivedersi in almeno una di queste. Il tempo le insegnerà non solo l'arte dell'attesa ma a cercare le risposte in sé stessa anziché negli altri.

"Il filo rosso" unisce realtà e mito in una storia scorrevole che, seppur breve, regala delle emozioni uniche, trasmettendo un pizzico di magia dalla carta direttamente al cuore del lettore.


giovedì 16 aprile 2020

Review Party: Recensione di "Questa volta... no!" di Ingrid Rivi



Agli imprevisti non si è, per loro stessa natura, mai preparati. Sono questi che accompagnano la giovane Andrea lontano da una vita difficile da affrontare verso quella che, contro le sue aspettative, sarà la sua nuova casa: l'emiliano paesino di Pian del Voglio. Qui la donna ricomincia da capo, con un nuovo lavoro, nuove amicizie e nuovo fidanzato. Eppure, c'è qualcosa che manca nella sua vita, perché a trentadue anni desidera finalmente poter avere una sua famiglia e un figlio da poter crescere. Ma è proprio questo che blocca la relazione con Teo, indeciso anche solo sulla convivenza. Ma è ora che, ancora una volta, gli imprevisti tornano: dopo la scomparsa di una persona a entrambi cara, Andrea fa la conoscenza di Patrick ed è come se i due sapessero dell'esistenza dell'altro da sempre. Qualcosa nel loro passato li accomuna, così come quel qualcosa che affolla i loro desideri: trovare finalmente la felicità.

Sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla storia di Ingrid Rivi, che ha saputo intrattenermi durante il corso di una giornata grazie a uno stile scorrevole e incisivo. Più di tutto ho apprezzato la caratterizzazione dei protagonisti, che si liberano degli stereotipi tipici risultando realistici e per nulla scontati. Andrea mi è piaciuta all'istante, sia per la sua forza e indipendenza ma anche per il desiderio della maternità, che non è spinto da regole morali o sociali ma dalla sua genuina volontà di creare una famiglia. Patrick parte come il classico donnaiolo fin troppo sicuro ma si scioglie subito, spiazzato dai suoi stessi sentimenti che lo portano a voler davvero cambiare vita. Il loro legame si basa non solo sull'attrazione reciproca, ma soprattutto sulle insicurezze e sul timore di fare la mossa sbagliata e mandare all'aria tutto. La continua ricerca della felicità è un elemento che fa riflettere e per poterla raggiungere non solo bisogna guardare al futuro ma anche chiudere totalmente i conti con i tormenti del passato. Questo è il rischio più grande che dovranno correre: allontanarsi ma senza perdersi davvero di vista. Per tutto quello che c'è dietro a questa storia, avrei reso il titolo e la copertina più accattivanti, perché finiscono a parer mio per distorcere il vero significato del libro, risultando davvero poco d'impatto e facendolo risultare trascurabile all'apparenza. L'unico elemento che mi ha fatto storcere il naso è il trattamento riservato a Teo. Il ragazzo è un nerd e questo viene utilizzato nella sua accezione negativa, perché il suo voler giocare a World of Warcraft con gli amici lo rende immaturo e lo distanzia da ciò che è davvero importante secondo i canoni classici, ovvero mettere la testa a posto e farsi una famiglia con Andrea. Ecco, io capisco che fosse necessario creare un punto di rottura tra la coppia, comprendo anche che i due personaggi viaggiassero su due fronti paralleli da sempre, comprendo tutto. Ma ho trovato pessimo usare questo stratagemma, ovvero affibbiare al personaggio un'etichetta che l'avrebbe messo a prescindere in una condizione di svantaggio, per come "il nerd" viene concepito dalla massa. Lo dico perché io stessa lo sono ma non per questo reputo che passioni come i videogiochi siano fuorvianti per le cose che socialmente parlando sarebbero più importanti, ovvero creare una famiglia, soprattutto arrivati a una certa età. Voglio credere che non fosse nelle intenzioni dell'autrice dare questa negativa chiave di lettura, ma purtroppo ai più potrebbe risultare giusto che Teo venga trattato in questo modo. Il suo cammino verso la felicità è staccato e diverso da quello di Andrea, ma avrei preferito che alla loro rottura si arrivasse per altre vie e con motivazioni differenti. A parte questo, come già affermato prima, ho trovato nel complesso la lettura piacevole e interessante.



mercoledì 15 aprile 2020

Recensione: "SteamBros Investigations - Brothers War" di Alastor Maverick e L.A. Mely



Dopo aver fatto emergere follia e ragione tra i Goven, i fratelli Hoyt si trovano a dover affrontare una conseguenza che va ben oltre le loro aspettative: Londra bruciata dalla guerra. Costretti in fuga dopo le accuse che li mostrano come i responsabili degli omicidi della famiglia di Glasgow, dovranno lottare non solo contro dei soldati di metallo, ma anche contro il tempo che li separa dalla loro consanguinea.

Il terzo capitolo della serie di SteamBros Investigations sembra aver seguito la crescita dei propri autori, giungendo al culmine della qualità e offrendo una storia variegata, intrigante e ricca di tensione e colpi di scena. Seguire le vicende di Mel e Nick era diventata un'abitudine che qua si rinnova e si rafforza. I protagonisti affrontano la loro maturazione finale dando l'impressione di poter uscire dalle pagine in cui sono confinati, talmente è alto il realismo della loro caratterizzazione e delle reazioni agli eventi che si trovano a dover superare.

Brothers War fa suo l'elemento dell'azione, che non lascia sosta dal primo istante e da alla narrazione un ritmo sorprendentemente movimentato. I riferimenti a personaggi storici realmente esistiti hanno dato quel tocco in più al libro senza risultare inopportuni, ma anzi insediandosi perfettamente nella storia. Tristezza, sollievo, rassegnazione e gioia si susseguono tra passato e presente in un moto che chiarifica ogni mistero e cerca di porre rimedio agli errori commessi. I fratelli Hoyt dovranno mettere in discussione loro stessi e ciò in cui hanno sempre creduto fino ad ora se vorranno davvero salvare loro stessi. Sarà un cammino doloroso, che il lettore vivrà sulla propria pelle attraverso le loro brillanti menti e da cui trarrà dei grandi insegnamenti.

La trilogia di Alastor Maverick e L.A. Mely mi ha stupito in positivo e nel complesso sono rimasta colpita dalla padronanza dell'ambientazione e dalla forza di due personaggi che hanno lasciato una traccia indelebile nel mio cuore, per le lotte interiori e le battaglie personali che vengono con orgoglio portate avanti, attraverso la denuncia sociale e l'inno all'intelligenza e alla saggezza che illumina la strada come un faro nella più profonda oscurità.
Mi mancherà la spavalderia di Nicholas, così come la supponenza di Melinda. Attenderò un loro futuro ritorno tenendo vigile un orecchio: in attesa di risentire il rombo inconfondibile del loro sidecar.


Recensione: "I Tredici" di Irene Lorelai Visentin


Se c'è qualcosa di più terrificante dell'orrore legato al paranormale e all'inspiegabile, lo si deve andare a ricercare nelle profondità dell'animo umano e con ciò che razionalmente non si riesce ad accettare. 

Questi "Tredici", che danno titolo alla prima raccolta di racconti della Segreti in Giallo Edizioni, sono soggetti apparentemente comuni, con desideri, paure e peccati apparentemente comuni. Eppure, qualcosa scava nelle loro menti fino a tirare fuori il peggio anche dall'intenzione più innocente, trasformando ogni singola situazione nella più brutta che potessero sperimentare. Al tempo stesso, però, è come se ognuno dei protagonisti ne uscisse in qualche modo purificato, come se dal loro personale trauma trovassero comunque un'evasione che se dall'esterno può sembrare un epilogo inquietante, tragico o inaccettabile, per loro rappresenta una liberazione e un modo per convivere meglio con sé stessi.

La narrazione di ogni storia è enfatizzata dallo stile dell'autrice, che nel suo essere precisa e pungente crea la giusta atmosfera horror e fa tremare a ogni pagina. Al tempo stesso, la curiosità cresce per ogni racconto letto e per l'attesa di passare al successivo e scoprire cos'altro si è inventata per colpire e sorprendere.

Tra i miei preferiti spiccano soprattutto i primi due racconti, "Anita" e "Magda". Un desiderio oscuro ossessiona la prima, così come una paura morbosa tormenta la seconda. Quasi all'opposto ma con soluzioni finali egualmente scioccanti.

Quello della Visentin è un debutto letterario vincente e promettente. Sono davvero curiosa di leggerla su altri progetti e spero che possa far conoscere il suo talento quanto prima.


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