mercoledì 29 aprile 2015

Recensione: "Dimentica il mio nome" di Zerocalcare


« Che poi la paura è la più infettiva di tutte le malattie. Basta uno sguardo perché ti si annidi dentro. E poi valla a levà, cogli antibiotici. »



Quando si è bambini, gli adulti cercano, nella maggior parte dei casi, di evitare il più possibile quel genere di situazione "scomoda" che li costringa a dare spiegazioni su situazioni complesse e grandi anche per loro. Ma prima o poi, anche l'ultimo tassello dell'infanzia lascia posto alla vita, quella fatta di responsabilità da assumersi e cambiamenti da affrontare e superare.



In quest'ultima fatica, Zerocalcare dà la sua interpretazione, con il suo inconfondibile stile, sulla rielaborazione di un lutto. Dopo la morte della nonna, il ragazzo fa un tuffo nel passato, alla ricerca delle origini della sua famiglia e si ritrova di fronte ad una scoperta sconcertante: si rende conto di non conoscerla davvero.

Chi è Iris, quale legame ha con lui? Perché il nonno è scomparso nel nulla, lasciando solo un'immagine confusa tra i ricordi?

Ogni risposta potrebbe riaffiorare, tra il mondo immaginario fatto di Cavalieri dello Zodiaco e Ken il guerriero e il mondo reale in cui la madre è distrutta dal dolore e lui deve andare avanti senza quella rassicurante e salda roccia.

Il risultato finale? Qualcosa di devastante. In positivo, si intende.

Rispetto alle opere precedenti, in "Dimentica il mio nome" c'è qualcosa di più. Pur mantenendo il solito lato divertente e umoristico, si intravede tra le righe e i disegni una maturità più consapevole e salda rispetto, ad esempio, a "Un polpo alla gola"; altra opera preferita per le tematiche trattate.


Il dolore e l'angoscia vengono espressi in maniera tagliente ed efficace, ma senza sfociare nella drammaticità. La storia lascia lo spazio giusto per la riflessione e per arrivare a capire che non è il nome a dare l'identità. Nella vita puoi avere tanti nomi, ma sono i tuoi segreti che determinano ciò che sei.

In questo modo possiamo davvero diventare uomini, crescere un po' come ha fatto Zerocalcare con quest'opera, lasciandoci trasportare tra la forza dei disegni nero su bianco e quella sola e piccola macchia arancione.

L’importante è non scordarsi di salvare la partita.

mercoledì 22 aprile 2015

Recensione: "Outcast - Il reietto" di Robert Kirkman e Paul Azaceta


« - Cos'altro poteva essere? Cos'altro fa queste cose? Cos'è che potrebbe farti ciò che è appena successo? -- Stava per ammazzarti, Kyle. Tu cosa pensi che fosse?
- Non lo so... per ora mi accontento di questo... del "Non lo so". Finché non otteniamo altre risposte. »

Ormai è un dato di fatto: nominare l'americano Robert Kirkman significa inevitabilmente fare riferimento ad una delle più acclamate opere fumettistiche presenti sulla scena negli ultimi anni: The walking dead. Ma dimentichiamoci di apocalissi e di morti che camminano e facciamo spazio a questa nuova storia a tema horror: Outcast - Il reietto. 

Se Kirkman ha sfruttato gli zombie per mostrare al mondo le bassezze e la crudeltà dell'uomo, in Outcast sono le possessioni demoniache il collante di tutto; il mistero nascosto dietro questi fenomeni, l'efficacia degli esorcismi sono tutti elementi che rendono l'atmosfera realmente spaventosa e angosciante. Il tutto gettato in un apparentemente tranquillo paesino del West Virginia.

Il protagonista, Kyle Barnes, è un uomo tormentato e dal tragico passato che vive in un piccolo appartamento cercando di tenere lontano non solo i suoi familiari, ma il paese stesso, evitando il più possibile di uscire di casa alla luce del sole.

Ma è proprio in una delle rare occasioni in cui la sorella riesce a trascinarlo fuori che Kyle incontra il reverendo Anderson che gli chiede aiuto per salvare l'anima di Joshua Austin, un ragazzino del posto. Kyle è titubante, ma sa che è l'unico che può fare realmente qualcosa. E il passato, irrimediabilmente, riaffiora.

Cosa si nasconde nella storia della sua famiglia? Qual è il dono che realmente possiede? Perché viene chiamato "Il reietto"?

Le premesse per un buon prodotto ci sono tutte, ma è necessario aspettare un ulteriore sviluppo per avere un quadro chiaro della situazione. In ogni caso, questo primo volume attira il lettore e lo invoglia a sapere e risolvere gli enigmi che ruotano attorno a Kyle Barnes.

Il contributo dato dall'abilità di Azaceta nel realizzare lo scenario ideato da Kirkman, porta ala conclusione che questo sia un duo vincente, pronto a stupire ancora e ancora gli appassionati di horror e sovrannaturale.

mercoledì 8 aprile 2015

Recensione: "Odio la magia" di Guido De Palma


« Ricordava bene quella prima volta. Erano in giardino, sotto la pergola di glicine - il suo posto preferito per studiare, forse perché era dove poteva distrarsi più facilmente. Aveva cercato di sollevare il libro usando i suoi poteri, ma non c'era riuscita subito. Per lei la Magia era una cosa nuova, aliena. Allora non ne capiva l'importanza. »


Dal mondo degli autori emergenti, presento al mondo letterario Guido De Palma, che debutta sugli store online con il suo primo racconto: “Odio la magia”.

Prima di qualsiasi approfondimento, è necessaria una breve ma importante premessa: quella che ci si appresta a leggere è una storia introduttiva della dilogia intitolata “Ankan Saga”, di prossima pubblicazione.

“Odio la magia” è disponibile gratuitamente dal 28 marzo su Amazon.

Quando ci si approccia al genere fantasy, la prima cosa che probabilmente viene in mente è una realtà in cui la magia esiste e può essere utilizzata. Chi ha un minimo di immaginazione e ama perdersi nei suoi meandri , avrà sicuramente fantasticato e desiderato di essere un mago e semplificare ciò che, umanamente parlando, è difficile se non impossibile da realizzare.


Elydia è una maga, ma fin dalla tenera età odia il suo Dono. Nonostante questo viene affidata al Mago Falibor affinché le faccia da maestro e la introduca nel mondo dei Maghi. Più il tempo passa, più Elydia si rende conto di quanto l’uomo sia importante per lei: non le insegna solo la Magia ma anche essere una donna.


La ragazza quindi si lascia trasportare dai sentimenti, nonostante le relazioni tra maghi siano proibite da secoli. Questa è la prima delle quattro storie d’amore che vengono raccontate. Quattro storie al limite della tragicità che porteranno Elydia a conoscere il vero amore dal quale verrà concepito un figlio. Si scopre così che il reale protagonista è proprio il bambino che dovrà nascere: Ankan, destinato al compimento di un’antica profezia.

Rimanendo sul pezzo, punti di forza e debolezze si contrastano ed equilibrano. La scrittura di De Palma è semplice e  lineare; le descrizioni, per quanto brevi, danno gli elementi basilari al lettore per proseguire nella lettura. Alcuni passaggi narrativi sono però un po’ troppo frettolosi e sbrigativi e rendono la storia e il susseguirsi degli eventi leggermente scontato.

L’interesse nell'approfondire la conoscenza del mondo di Varda rimane inalterato, ma tanti sono gli interrogativi che ci si pone alla fine. Interrogativi che da un racconto di presentazione dovrebbero essere sanati, invece ci si ritrova a pensare che per apprezzarlo davvero sarebbe stato meglio conoscere qualche elemento in più sulla saga: un ulteriore racconto, addirittura.

In conclusione, “Odio la magia” è un testo buono ed intrigante, ma non ha l’efficacia necessaria per essere considerato un racconto introduttivo all'effettiva storia.

Non ci resta quindi che attendere con pazienza l’uscita di Ankan Saga, augurando a Guido De Palma di riuscire in una tempestiva pubblicazione e di conquistare tutti con il suo lavoro.

Per saperne di più, lascio il link al suo sito: http://www.guidodepalma.com/it/homepage/

mercoledì 18 marzo 2015

Recensione: "Level 26" di Anthony E. Zuiker


« Il cacciatore è braaavo, pensò il mostro nel suo nascondiglio. Vieni a prendermi. Vieni a farmi vedere la tua faccia prima che te la strappi via dal cranio. »

Difficilmente ho paura.

O meglio, sono una delle persone più fifone di questo pianeta, ma se c'è una cosa che mi mancava provare leggendo un libro è proprio la paura. Solitamente è di fronte a certe immagini o ascoltando particolari musiche che si entra in quello stato d'animo da: "Ok, adesso succede qualcosa, sicuro." e nonostante le previsioni ci caschi sempre, ogni volta, matematico.

Ma con un libro è diverso: per sapere come va avanti sei tu che devi muovere gli occhi e continuare a leggere parola dopo parola; e quando arrivi alla scena in cui lo spietato killer sta agendo è troppo tardi, ci sei dentro con gli occhi, i pensieri e le emozioni.


Avrei dovuto aspettarmelo, da Level 26. Insomma, basta guardare la copertina per intuire qualcosa, un minimo.


La trama di fondo è semplice: un assassino, i suoi delitti, la polizia alle calcagna.

Ma quello che si viene a scoprire subito è che "il mostro", Sqweegel, è classificato come un "Livello 26". L'FBI ha una classifica di venticinque livelli, dai criminali occasionali a quelli più spietati.

Questo uomo va oltre ogni categorizzazione, così come l'esperto chiamato a risolvere il suo caso aperto da oltre vent'anni: Steve Dark. Sa che non sarà semplice fare di nuovo i conti con il passato, riaprire porte che avrebbe preferito rimanessero sigillate, ma sa di non poter di nuovo lasciare tutto. La sua abilità di immedesimazione può portarlo finalmente a chiudere i conti con colui che gli ha rovinato la vita. Ma come si può prevedere le mosse di qualcuno che non ha un modus operandi?

Più che la storia, ad essere originale è il modo in cui viene raccontata. Ci sono dei salti, tra la mente dell'assassino e le pianificazioni della polizia, intervallati da un sito e un codice.

Il sito è realmente esistente: http://level26.com/
Inserendo il codice suggerito, il lettore può vedere la scena che ha appena visto nella propria mente.

Come aumentare l'ansia. Adatto per i deboli di cuore, come me.

In sostanza, il libro è bello nella sua semplicità, coinvolgente e intenso. Le scene sono descritte molto dettagliatamente, crude al punto giusto.

Ringrazio Zuiker, per avermi fatto passare settimane in preda al terrore nel sentire lo scricchiolio della porta della mia stanza aprirsi. Di notte. Quando tutti in casa dormono.

mercoledì 4 marzo 2015

Recensione: "Doomboy" di Tony Sandoval


« Alla fine non l'ho mai incontrato, non ho mai avuto l'opportunità di ringraziarlo per tutta l'ispirazione che mi ha dato. Mantiene la sua aura di mistero. E nessuno sa dove sia adesso, o che cosa faccia. »

D ama la musica, desidererebbe diventare una leggenda. 

Poi Anny muore e in lui si crea un vuoto incolmabile, pieno di dolore. Una voragine interiore che buca letteralmente lo stomaco svuota la sua vita, lasciandolo senza scopo alcuno e incapace di andare avanti. 

Tutto si fa buio, se non per un barlume dato dalla sua chitarra e le stelle che solcano il cielo. Da qui inizia la sua ricerca di un suono, "Il suono più bello di tutta la sua vita", nella speranza di poter incontrare di nuovo il suo primo amore e chiederle perdono.

Così nasce "Doom Boy", icona fantasma di tutti gli adolescenti. Nessuno sa chi sia in realtà, da dove trasmetta, come faccia a suonare una musica così ispiratrice. Ma diventa subito leggenda, il chitarrista misterioso di una radio pirata.

Chi avrà la fortuna di ascoltare e saper ascoltare quello che ha da dire farà un viaggio con lui, attraverso emozioni intense, creature del mare e battaglie tra dei.

Tony Sandoval sa ancora una volta trasportare il lettore attraverso una storia toccante e crudele, dai toni delicati e netti al tempo stesso.





mercoledì 25 febbraio 2015

Recensione: "La strada" di Cormac McCarthy



« Tutto bene?, chiese l'uomo. Il bambino annuì. Poi si incamminarono sull'asfalto in una luce di piombo, strusciando i piedi nella cenere, l'uno il mondo intero dell'altro. »

Il mondo è vittima dell'umanità, l'umanità è causa del suo male. Ora non c'è più vita, l'uomo è costretto a sopravvivere in mezzo alle macerie, a difendersi dai suoi simili. "Homo homini lupus", "Mors tua, vita mea". 

Ecco cos'è l'apocalisse: lo specchio di un animale portato all'egoismo, alla crudeltà e alla ritrosia. Per avere salva la pelle non si può vendere l'anima o rinchiuderla in un quadro, ma combattere e vincere la selezione naturale nella speranza che passato l'inferno si ristabilisca un nuovo equilibrio. 

L'uomo e il bambino sono alla ricerca di questo equilibrio. Padre e figlio sono in cammino sulla strada verso un luogo dove il sole possa ancora scaldarli. Unici compagni: un carrello, una pistola, delle coperte e quel poco di cibo che riescono a trovare lungo il percorso. In fuga dalle bande di predoni che ormai di umano hanno ben poco, il padre racconta al figlio la propria vita, rievocando la madre morta diversi anni prima. Lo porta nella sua casa d'infanzia, visitano un supermercato in cui il bambino assaggia alimenti a lui tanto sconosciuti. Spesso devono nascondersi, devono combattere contro il freddo e le malattie. Ma rimangono sempre insieme, uniti dall'amore che provano l'uno per l'altro; "portano il fuoco" verso una meta senza nome, come loro, su una strada altrettanto anonima e interminabile, fino all'inaspettato epilogo.

Cormac McCarthy riduce tutto all'osso, come è giusto che sia: i dialoghi minimi, nemmeno scanditi dalla punteggiatura, le descrizioni lunghe racchiuse in frasi molto brevi. Come se anche la scrittura fosse stata danneggiata dalla catastrofe. L'insieme apparentemente povero rende preziosa questa storia semplice e ricca di emozioni.

Individuare ciò che è valido per un vero post-apocalittico è difficile, specie in un'opera dove un reale combattimento non è presente. Ma qui la lotta è lo svegliarsi ogni mattina e avere la forza di alzarsi e proseguire il viaggio; la fortuna di gustarsi un torso di mela e godere anche solo di una goccia d'acqua; la forza di non diventare come tutti gli altri che rinunciano alla ragione e si trasformano in altro. La lotta è quella fatta insieme, resistendo e sostenendosi a vicenda, con l'obiettivo comune di percorrere la strada e arrivare ad un traguardo.

mercoledì 18 febbraio 2015

Recensione: "Memorie di una Geisha" di Arthur Golden


« Lei si dipinge il viso per nascondere il viso. I suoi occhi sono acqua profonda. Non è per una geisha desiderare. Non è per una geisha provare sentimenti. La geisha è un’artista del mondo, che fluttua, danza, canta, vi intrattiene. Tutto quello che volete. Il resto è ombra. Il resto è segreto. »

Parola d'ordine: mistero. Il mondo orientale, per noi occidentali, avrà sempre un velo di mistero. Non potremo mai davvero capirlo, ma è anche questo che lo rende così affascinante.

La geisha è uno dei simboli caratteristici del Giappone. Ognuno di noi si figura una bellissima donna, col volto truccato di bianco e le labbra di un rosso intenso e vestita con l'indumento tradizionale detto "kimono". Spesso la sua professione viene ritenuta come qualcosa di volgare, ma in realtà va ben oltre l'intrattenimento di uomini di un certo rango.
Il "gei" di "geisha" significa infatti "arti" e il termine "geisha" è sinonimo di "artigiano" o "artista". Le geishe devono imparare l'arte della dialettica, della danza e del canto; devono saper suonare uno strumento musicale e condurre una cerimonia del tè. Non tutte le donne possono esserlo, e chi lo diventa lo è perché costretta. 

Questa è la testimonianza di Chiyo, conosciuta con il nome di Sayuri, sullo stile di vita delle geishe nel periodo della seconda guerra mondiale. Dietro la bellezza di un viso simile ad una maschera kabuki e abiti preziosi e raffinati, si nasconde una realtà fatta di sacrifici e mancanza di libertà. Un mondo dove si perde lo stesso nome, la propria identità e la possibilità di scelta. Ma lei è pronta a tutto pur di poter stare un istante in più al fianco del suo amato Presidente.
Arthur Golden fa breccia nell'incomprensibilità di chi a questa mentalità non appartiene. Lo fa con decisione e precisione, ma attraverso le parole delicate di una donna così diversa da lui per mentalità e tradizioni. 

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